da G. D'Avanzo, "La politica dell'inazione", Rep. 17/8/07
lunedì 20 agosto 2007
Presbiopia italiana
da G. D'Avanzo, "La politica dell'inazione", Rep. 17/8/07
domenica 12 agosto 2007
La certezza della pena (negli Usa)
Stati Uniti, in galera a 83 anni «Ha ingannato gli azionisti»
John Rigas, l' uomo che ha fondato e diretto per alcuni decenni, fino alla bancarotta del 2002, Adelphia, uno dei più grandi operatori di tv via cavo, entrerà domani nel carcere di Rochester, nel Minnesota, per scontare una pena di 15 anni, dopo che la sentenza emessa tre anni fa è stata recentemente confermata in appello. Lo stesso giorno suo figlio Tim inizierà un periodo di detenzione di 20 anni nel carcere di Elkton, in Ohio. John Rigas, il figlio di immigrati greci che era la perfetta incarnazione del «sogno americano» (da garzone di bottega a imprenditore miliardario) fino a quando non è stato accusato di frode a danno degli azionisti (2,3 miliardi «prestati» da Adelphia alla famiglia senza scriverlo nel bilancio) sta per compiere 83 anni e ha seri problemi di salute: è sordo, vede con un solo occhio ed è in cura per un cancro alla vescica, ora in remissione. Nulla di tutto questo gli risparmierà il carcere: i 15 anni già sono il frutto di uno sconto di pena concesso per l' età avanzata. Come estrema concessione, il giudice ha stabilito che il vecchio imprenditore potrà essere rilasciato dopo i primi due anni di detenzione, ma solo se il medico del carcere certificherà che gli rimangono meno di tre mesi da vivere. La severità della pena è un tratto caratteristico del sistema giudiziario degli Stati Uniti, un Paese con oltre due milioni di detenuti (compresi quelli agli arresti domiciliari): un livello che supera di circa dieci volte non solo l' Italia, ma anche altre nazioni europee come Francia e Germania. E sulla criminalità finanziaria il pugno della giustizia Usa in questi anni è stato particolarmente duro. Bush è considerato il presidente che più ha cercato di piegare il potere giudiziario alla volontà dell' Esecutivo (i giudici nel sistema americano sono eletti o vengono nominati dal governo) ed anche quello che ha maggiormente cercato di favorire il mondo degli affari. Proprio per questo, quando all' inizio del decennio Wall Street fu sconvolta dagli scandali finanziari, molti pensarono che tutto si sarebbe risolto in una serie di processi-farsa. Ma Bush varò una severissima legge di riforma della contabilità - la Sarbanes-Oxley, che ha appena compiuto i cinque anni - e promise che nei tribunali la «corporate America» non avrebbe goduto di un occhio di riguardo. Promessa mantenuta: da Dennis Kozlowski di Tyco a Bernie Ebbers di WorldCom, da Joseph Nacchio di Qwest a Jeffrey Skilling della Enron, le condanne per i crimini dei «colletti bianchi» sono state durissime. L' ultimo della serie è Lord Conrad Black, il «barone» dei giornali, un anziano imprenditore canadese condannato dal tribunale di Chicago per le irregolarità commesse negli Usa dalla Hollinger International: ora rischia fino a 35 anni di carcere. Kenneth Lay, gran capo di Enron e amico personale di Bush (era l' imprenditore più influente del Texas quando l' attuale presidente era governatore dello Stato) ha evitato il carcere solo per un infarto che l' ha ucciso un mese prima dell' inizio della detenzione. Pene severe, «esemplari», volte a dimostrare agli americani che nessuno può comprare l' impunità e ai mercati che l' America rimane il posto più sicuro nel quale investire. Ma anche condanne che spesso, proprio a causa di questi obiettivi, provocano un accanimento eccessivo e lasciano spazi alla giustizia-spettacolo. Il caso dei Rigas sembra essere uno di questi. John, il fondatore, ha sempre rifiutato di dichiararsi colpevole, sostenendo che quelli commessi dall' Adelphia sono stati solo errori e «leggerezze» contabili di cui, prima del caso Enron, nessuno si sarebbe accorto. «Ci siamo trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato», ha detto al quotidiano Usa Today. Andare in carcere senza patteggiare «è il mio modo di dire ai nipoti che non devono vergognarsi della loro famiglia». Una famiglia comunque devastata. Di quello che John Rigas ha costruito in mezzo secolo (cominciò comprando un cinema a Coudersport, in Pennsylvania, nel 1951) non resta più nulla (i pezzi della società andata in bancarotta sono finiti a Time Warner e alla Comcast). E con John sono stati condannati anche i figli: non solo Tim, ma anche Michael che, però, se l' è cavata con dieci mesi di arresti domiciliari. La famiglia ha chiesto che padre e figlio siano detenuti nello stesso luogo, in modo da facilitare le visite, ma nemmeno questo è stato, al momento, concesso. L' ultima speranza di John e Tim è una revisione del processo, visto che il principale testimone d' accusa, l' ex vicepresidente di Adelphia per le attività finanziarie, James Brown, in un recente giudizio civile ha raccontato una «verità» molto diversa da quella da lui presentata nel processo del 2004. Allora Brown aveva dichiarato di aver mentito agli azionisti sulla natura di quel fondo di 2,3 miliardi su pressione dei Rigas. Ora ha invece detto di non aver mai detto il falso alla società di revisione contabile e agli azionisti sulla riclassificazione del debito di Adelphia e sull' operazione di «co-borrowing» dei miliardi finiti alla famiglia. Fin qui il governo - che ha tempo fino al 7 settembre per decidere - non ha accettato la richiesta di celebrare un nuovo processo e del resto, spiegano gli esperti, i giudici federali sono sempre molto restii a riaprire un caso quando un teste, anche importante, cambia a distanza di anni la sua versione dei fatti. Nessuno pensa che i Rigas siano stati vittima di un errore giudiziario, ma certo la volontà dell' Amministrazione di usare il caso come un esempio e un monito per tutti è costata loro cara: il vecchio John ricorda che nel luglio del 2002, quando fu emesso il mandato di cattura, i Rigas offrirono di consegnarsi in un commissariato, evitando la «gogna» mediatica. Furono invece arrestati e ammanettati al centro di New York davanti alle telecamere di tutte le reti americane. «Volevano lo spettacolo», commenta il capostipite che oggi dice di sentirsi come Gary Cooper nella scena finale di Mezzogiorno di fuoco: solo contro tutti. In effetti gli amici del potente tycoon di un tempo sono tutti svaniti. Solo nelle chiese della sua Coudersport pregano per lui.
giovedì 9 agosto 2007
Morto a 16 anni durante uno "stage" in cantiere
L'incidente è avvenuto in un vecchio edificio del centro storico della cittadina, in questo periodo affollatissima di turisti. Il ragazzo - Christian Schwingshackl, di San Martino in val Casies, uno studente che d'estate lavorava come stagionale - era appena sceso nella cantina quando sulla volta c'è stato un crollo e si sono staccati grossi sassi che l'hanno colpito alla testa. Subito sono scattati i soccorsi e sul posto è arrivato in ambulanza un medico che lo ha soccorso facendolo subito dopo atto ricoverare nell'ospedale cittadino. Le condizioni del giovane si sono però presto aggravate e così è stato deciso di trasferirlo in elicottero al più attrezzato ospedale di Brunico. Ma il brutto tempo, con nuvole e pioggia, ha impedito all'elicottero di alzarsi in volo. Così il ragazzo è stato trasportato in ambulanza sino a Brunico, ad una quarantina di chilometri da San Candido. Ma quando vi è arrivato per lui non c'era più niente da fare.
da unita.it
domenica 5 agosto 2007
Lo Stato italiano vende missili alla Libia attraverso Finmeccanica
ps: la notizia è stata rivelata da Le Monde. Cosa sarebbe successo se Finmeccanica avesse avuto il 100% di Mbda? Viene il sospetto che non si sarebbe saputo nulla.
Se «Sviluppo Italia» è «Sviluppo Parenti»
di Gian Antonio Stella, Corr. 4/8/07
venerdì 3 agosto 2007
Morire sul lavoro a 26 anni, schiacciati da un tubo di 3 tonnellate
All'Ilva hanno perso la vita in 40 dal 1993 a oggi: 6 morti e decine di feriti solo negli ultimi due anni.
Il gruppo Riva, che possiede l'Ilva, ha chiuso il 2006 con i migliori dati di bilancio della sua storia ultracinquantennale: gli utili hanno toccato 696,4 milioni di euro, in crescita del 44% sull'anno precedente (484,3 milioni di euro) mentre il fatturato consolidato netto ha raggiunto 9.454,9 milioni di euro, l'11% in più rispetto al 2005, quando erano stati realizzati ricavi per 8.535,1 milioni.
giovedì 2 agosto 2007
"Eternit, fu strage dolosa". Per 2.969 persone
Duemilanovecentosessantanove. A scriverlo in lettere, in una sola riga, concentra l’impatto grafico delle 105 pagine dell’avviso di conclusione delle indagini riempite di tutti quei nomi e cognomi di ex operai Eternit, delle storie di morte o malattia di ciascuno. Per mesotelioma pleurico o al peritoneo esplosi nei loro corpi 20-30 anni dopo aver respirato in fabbrica fibre di crocidolite, amianto. Lavorate senza adeguata protezione per la salute di tutti negli stabilimenti italiani di Cavagnolo (provincia di Torino), Casale Monferrato, Rubiera (nei pressi di Reggio Emilia) e di Bagnoli.Quel «tutti» è importante: la polvere d’amianto ha ucciso anche fuori delle fabbriche. Nell’atto giudiziario compaiono anche 482 persone di Casale che non varcarono mai i cancelli Eternit. Casale è anche la comunità che più si è organizzata contro questa silenziosa strage degli innocenti: associazioni, lotte, denunce, leggi per risanare i tetti e le strade di polvere d’amianto. Altrove, come a Bagnoli, sono stati i collaboratori del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello a fare un lavoro immane di censimento. Per riuscire a riscontrare, solo fra gli ex dipendenti Eternit in provincia di Napoli, 541 parti lese nel prossimo processo.Impressionante, tanto che uno degli avvocati che ha ricevuto l’atto giudiziario, Astolfo Di Amato, difensore di uno dei due indagati superstiti a fine inchiesta, dichiara a caldo: «La lettura del capo di imputazione determina una sensazione di dolore per il rispetto che si deve a tanta sofferenza». Il capo di imputazione svela gli sviluppi della più grande inchiesta aperta in Europa e ora pronta per il processo: due indagati, Stephan Schmidheiny (la posizione del fratello Thomas è stata stralciata) e Jean-Louis Marie Ghislain de Cartier de Marchienne. L’uno svizzero, l’altro belga, accusati di disastro doloso e omissione dolosa di norme antinfortunistiche nella «loro qualità - scrivono nell’atto Guariniello e i pm Sara Panelli e Gianfranco Colace - di effettivi responsabili della gestione della società».Si alternarono al vertice della multinazionale dei prodotti di fibrocemento: tettoie, tubi, manufatti d’uso comune rivestiti d’amianto. In particolare Stephan Schmidheiny, terza generazione della famiglia, è tuttora un personaggio: 60 anni, ha ceduto(almeno formalmente) quanto restava dell’impero Eternit (20 mila dipendenti sparsi in 20 stabilimenti nel mondo). E si è riconvertito allo sviluppo eco-compatibile. Come industriale: società di forestazione in Sudamerica. E guru: conferenze, libri (in Italia l’ha pubblicato Il Mulino). Il suo sito internet lo ritrae sorridente fra altri conferenzieri. E’ stato consigliere di Clinton su questi temi, ha parlato all’Onu e in Vaticano.L’avvocato Di Amato, suo legale, sostiene: «Il mio cliente è un obiettivo sbagliato. Non ha mai gestito gli stabilimenti italiani. E ha sempre dato impulso a misure di sicurezza nell’ambito di tutto il gruppo, dando corso a importantissimi investimenti». Guariniello e i suoi pm sostengono l’esatto contrario sulla base di una minuziosa ricostruzione di documenti Eternit che comprendono anche lettere di Stephan Schmidheiny agli amministratori del gruppo. Con le disposizioni sull’organizzazione del lavoro, sui sistemi di protezione della salute dei lavoratori, se eliminare o no l’amianto dal ciclo di produzione. Schmidheiny è stato al vertice della multinazionale dal 1972 sino a dopo la chiusura degli stabilimenti italiani (inizio anni 80). In questi tre anni di indagini i tanti investigatori e consulenti tecnici messi in campo dalla procura torinese, dopo aver accertato il primo caso che radicava la competenza territoriale dell’inchiesta qui, hanno rintracciato e convinto a testimoniare molti ex manager Eternit. Una mano ha dato loro l’associazione delle vittime d’amianto di Casale con i suoi legali. Con loro era stata aperta una trattativa per il risarcimento dei danni: a Schmidheiny, tra i più ricchi al mondo secondo la rivista americana Forbes, era stata effettivamente chiesta una somma superiore ai 100 milioni di euro. Il suo avvocato riconosce la «lealtà» degli avversari. Ma sul risarcimento è ancora notte.
Alberto Gaino, Stampa, 2/8/07