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giovedì 12 luglio 2007

Il doppio dividendo delle aziende locali. Economico e politico

«I dividendi economici sono quelli assicurati dalle local utilities più profittevoli e cioè soprattutto dalle aziende locali di energia (gas ed elettricità), nella maggior parte dei casi vere e proprie galline dalle uova d'oro in virtù di una rendita di posizione monopolistica. In media ogni dipendente di una local utility operante in campo energetico genera un utile annuo di 37mila euro.
Poi ci sono i dividendi politici che sono invece quelli garantiti dall'occupazione delle aziende pubbliche locali e cioè posti di lavoro e assunzioni parassitarie e lottizzazione dei consigli d'amministrazione e delle più importanti cariche societarie. Di solito queste pratiche provocano inefficienze e forti perdite di bilancio, soprattutto nelle aziende del trasporto pubblico locale, ma questo non sembra preoccupare gli amministratori locali».

“Utilities a doppio dividendo”, F. Locatelli, Sole 10/7/07

mercoledì 11 luglio 2007

Insider trading raro in Italia. Ma è davvero così?

Solo due casi di condanna per insider trading in Italia nel 2006. Dieci casi «anomali» nell’inchiesta di M. Longo, Sole 11/7/07.

"La Consob inglese è stata la prima a lanciare l'allarme: in una fusione societaria su quattro è emerso il sospetto di insider trading. In America qualcuno parla addirittura di emergenza: il 41% delle acquisizioni annunciate in Borsa — secondo le stime di Measured Markets — ha evidenziato movimenti anomali delle azioni coinvolte nelle operazioni. E in Italia? La Consob — ha rivelato lunedì il presidente Lamberto Cardia — nel 2006 ha concluso 6 accertamenti su ipotetici casi di insider trading, formulando un'ipotesi di reato in due casi soltanto. Considerando che, secondo i dati di Thomson Financial, nel 2006 ci sono state in Italia 64 operazioni di fusione o di acquisizione di fette rilevanti di società quotate, non c'è che dire: sebbene il dato italiano sia poco confrontabile con quello estero, nel Paese dei "furbetti del quartierino" l'insider trading non sembra uno sport molto praticato.Ma è davvero così? Ci credono in pochi. «Il Sole-24 Ore» è andato a setacciare autonomamente le fusioni, le acquisizioni e gli eventi rilevanti del 2006 e del 2007, per verificare quante notizie inattese fossero state anticipate da rialzi o ribassi di Borsa. E — dopo un confronto con esperti di mercato e le stesse società coinvolte — ha selezionato una decina di casi in cui la Borsa ha profetizzato notizie future: si tratta probabilmente soltanto della punta dell'iceberg, visto che ogni anno i tecnici di Piazza Affari segnalano alla Consob decine o centinaia di casi in cui c'è il sospetto di insider trading. Eppure, per la Consob, i casi accertati si contano sulle dita di una mano: mercato "ligio" o carenza di organici per l'attività investigativa? L'ufficio della Consob che si occupa dell'insider trading ha raddoppiato gli ispettori negli ultimi due anni (ora sono in 20), per cui la risposta potrebbe essere la prima. Appare comunque strano che, senza sfere di cristallo, gli investitori di Piazza Affari prevedano il futuro meglio dei più famosi — ma forse meno ricchi — Nostradamus, Oracolo di Delfi e Sibilla Cumana.Sfere di cristallo in Borsa Nostradamus si è particolarmente impegnato venerdì 9 marzo 2007. Quel giorno il titolo Fastweb, che nelle sedute precedenti era stato abbastanza fiacco, s'illumina improvvisamente: senza particolari motivi vola infatti del 6,57% con volumi quadrupli rispetto alla media degli ultimi 2 anni. Gli operatori, durante la seduta, hanno cercato di capire perché: alcuni, intervistati dalle agenzie di stampa nel pomeriggio, hanno motivato quel rialzo improvviso con un report positivo di Morgan Stanley. Sta di fatto, però, che in tarda serata è arrivata una notizia inattesa ma ben più rilevante: l'Opa di Swisscom su Fastweb. Possibile che qualcuno abbia "annusato" l'Opa in anticipo? Impossibile saperlo. Neanche la società, contattata, ha saputo rispondere. Certo è che sul dossier lavoravano — tra banche e advisor — in tanti. Insomma: una fuga di notizie non è un'ipotesi così peregrina.Due mesi dopo Nostradamus si interessa di Marcolin. Il 22 maggio la Consob comunica che il fondo Lemanik Sicav è entrato nel capitale del gruppo con una quota del 2,34%, avvertendo che l'ingresso era avvenuto qualche giorno prima: il 17 maggio. Che questa sia una notizia in grado di muovere il titolo Marcolin lo dimostra il rialzo del 9,75% del 23 maggio, il giorno dopo l'annuncio ufficiale. Se il rialzo successivo è ovvio, appare quantomeno un po' più curioso che il titolo Marcolin abbia spiccato letteralmente il volo nei giorni precedenti al 17 maggio, appena prima che il fondo Lemanik Sicav entrasse nel capitale dell'azienda: in tre giorni, dal 14 al 16, Marcolin vola infatti del 26% a Piazza Affari con volumi 15 volte superiori alla media degli ultimi due anni. Neanche la società si è mai spiegata il motivo di quest'impennata: possibile che in parte sia dovuto agli stessi acquisti del fondo e alla consueta volatilità del titolo, ma — a detta di tutti gli esperti interpellati — il movimento resta anomalo.Altre "profezie" Molto difficile da valutare è un caso del 2006, quello di Autostrade. Il 21 aprile sul mercato si diffonde infatti la notizia — inaspettata — del tentativo di matrimonio con la spagnola Abertis. E nelle due settimane precedenti il titolo Autostrade era volato del 12,5% con volumi molto sopra la media. Su questo caso anche la Consob in quei giorni accese un "faro". L'indagine è stata però difficile: il 24 aprile, infatti, Autostrade aveva staccato il dividendo e questo normalmente (era accaduto anche nel 2005) aumenta i volumi in Borsa. L'istruttoria della Consob si è dunque scontrata su questo fattore "esterno", ma — secondo quanto risulta — ancora non l'ha archiviata.Beni Stabili, per tornare al 2007, è stato invece oggetto di "profezie" il 19 febbraio scorso. Quel giorno la società annuncia al mercato della fusione con Foncieres des Regions. L'accordo tra le parti — si legge oggi nel prospetto informativo — era stato raggiunto due giorni prima, cioè sabato 17 febbraio. E nessuno lo sapeva. Nessuno, ovviamente, tranne Nostradamus: il titolo Beni Stabili, infatti, nei giorni precedenti aveva spiccato il volo. Dal primo al 16 febbraio il titolo sale dell'8,2% con un Mibtel invariato e un indice settoriale (il Real Estate in cui Beni Stabili pesa per il 21%) in rialzo del 4,9%. Il balzo più deciso avviene tra il primo e il 7 febbraio: Beni Stabili +8,4% e indice Real Estate +3,4%. Forti, in quei giorni, anche i volumi. Motivo? Nessuno. Neanche la società stessa ha saputo spiegarlo. Insomma: Nostradamus ci ha azzeccato ancora.Meno eclatante, ma comunque degno di nota, anche il movimento di Marzotto. Il 17 aprile scorso (con il titolo sospeso in Borsa) Donà delle Rose annuncia il lancio di un'Opa a 3,99 euro per azione. Ma la "sfera di cristallo", per quella data, era già in azione: dal 4 al 16 aprile le azioni Marzotto, con alti e bassi, salgono dell'8,5%, anche se i volumi non sono di molto sopra la media.Le Cassandre Ma la "profezia" più incredibile quest'anno ha riguardato Innotech. Il 28 febbraio la Consob ha impugnato (al pari dell'anno prima) il bilancio della società. Nei giorni immediatamente successivi, quindi, il titolo ha inevitabilmente perso quota: -4,26% giovedì primo marzo, -1,40% venerdì e - 4,20% il lunedì successivo. Fin qui tutto ovvio. Meno scontato, invece, è il crollo precedente alla notizia (che era ignota) dell'impugnazione del bilancio: dal 19 febbraio al 27 febbraio il titolo scivola infatti del 10%, senza alcun apparente motivo. Non solo. Il ribasso più forte (-4,34%) avviene proprio il giorno prima della notizia negativa. Cosa può essere successo? La società stessa, contattata, non ha saputo rispondere: un portavoce ha fatto però notare che il titolo Innotech spesso si muove in modo bizzarro. Per esempio nelle settimane successive ha iniziato a volare, tanto che il 13 marzo la società ha diramato un comunicato dicendo «di non essere a conoscenza di fatti o circostanze tali da poter determinare i recenti rialzo del titolo in Borsa». Mistero.Il report che gioca d'anticipo A volte le profezie di Borsa non avvengono con sfere di cristallo, ma con più pratiche e-mail. Il caso di Banca Italease, nel gennaio del 2006, è emblematico. Il 23 gennaio Citigroup divulga un report sulla banca, firmato dall'analista Roberto Casoni, che consiglia di comprare azioni (buy). La Fsa, cioè la Consob inglese, ha però scoperto che dieci giorni prima, cioè il 12 gennaio, lo stesso Casoni aveva anticipato ad alcuni fondi l'imminente uscita del report che avrebbe potuto far salire il titolo Italease. Casoni è poi stato multato dalla Fsa. Ma l'aspetto interessante è il movimento del titolo Italease nelle quattro sedute precedenti alla diffusione dello studio di Citigroup: vola del 12% con scambi pari al 13% del flottante. Possibile che qualcuno abbia approfittato di quella mail? Saranno le Autorità a verificarlo.Una lotta difficile Tutti questi esempi hanno un comune denominatore: il sospetto che alcuni investitori abbiano tratto vantaggio da informazioni privilegiate. La Consob — osservando i regolamenti — non rivela se siano state aperte inchieste, come fanno al contrario altre authority estere. Ieri, per esempio, l'Amf (la Consob olandese) ha annunciato di aver aperto un'inchiesta per insider trading sull'operazione tra Danone e Numico. Sempre ieri, Nyse-Euronext ha ufficializzato un procedimento investigativo su Abn Amro per la stessa ragione. La Consob, in linea con la legge italiana, è molto più riservata. A prescindere dai procedimenti aperti, però, il reato di insider trading (a differenza dell'aggiotaggio) è molto difficile da provare. I casi di condanna, nell'arco degli ultimi dieci anni, si contano sulle dita di una mano. Dal 1996 al 2006 ci sono state tre o quattro sentenze di condanna, meno di dieci patteggiamenti e sei proscioglimenti anche per prescrizione."

martedì 10 luglio 2007

Forza Italia dà 300mila euro al movimento di De Gregorio

«Forza Italia ha versato 300mila euro al movimento Italiani nel mondo, fondato nel settembre del 2006 dall’attuale presidente della commissione Difesa del Senato, Sergio De Gregorio. E’ quanto emerge dalla dichiarazione congiunta presentata alla Camera dei deputati».
Da una breve del Sole, pag. 12

Sergio De Gregorio è un senatore eletto con l’Italia dei valori di Di Pietro, passato poi alla Cdl.
In questi giorni è su tutti i giornali per essersi autoproclamato portavoce di Niccolò Pollari, ex capo del Sismi, accusato di aver creato un archivio di dossier su magistrati, politici e giornalisti «nemici» del governo Berlusconi.

lunedì 9 luglio 2007

Bidoni ai risparmiatori, 7 banche condannate in appello per SCI

Azioni-spazzatura scaricate dalle banche sul mercato: 7 istituti sono stati condannati in appello (a dieci anni di distanza dai fatti). Eppure il caso SCI non ha appassionato i mezzi di informazione. Ne ha parlato S. Elli, Sole 6/7/07 (anche se solo a pag. 39, in basso).


Cariplo-Intesa, Carige, Crt e Credito Italiano, Banca di Roma, Sanpaolo e Centrobanca. Sette banche (che dopo le fusioni si sono ridotte a quattro) sono state condannate in appello per le conseguenze di Borsa del crack della Sci, Società italiana costruzioni. A riaffermare una precedente sentenza del Tribunale di Milano è stata la seconda sezione della corte d'Appello, relatrice Vinicia Calendino. Opposti agli istituti di credito 15 investitori difesi dall'avvocato milanese Cino Raffa Ugolini. Confermato anche il risarcimento del danno di 200mila euro. Una somma non certo proporzionata rispetto ai rilievi mossi dai giudici sia di primo sia di secondo grado che si spingono ad avanzare l'ipotesi di manovre sui titoli basate su informazioni privilegiate (un'ipotesi già esaminata e archiviata dalla Procura di Milano). I fatti. La Sci, società allora quotata in Borsa e fondata dalla famiglia Romanengo, era gravata da tensioni finanziarie. Nel settembre del 1995 venne raggiunto un accordo tra la società e le banche. Punti cardine: il consolidamento del debito e la conversione del credito in azioni. Alla fine le sette banche raggiunsero in Sci una quota di controllo (78,1% del capitale) e sei di loro (tutte tranne Centrobanca) si riunirono in un comitato ristretto. Nel frattempo un advisor (la Vitale & Borghesi) venne incaricato di elaborare un piano di ristrutturazione e rilancio. Gli eventi cominciarono a precipitare il 10 giugno del 97 (allora il titolo valeva 14,5 lire) quando un dossier confidenziale della V&B successivo a un'offerta di acquisto da parte di una società americana (la Tamarix), informò le banche di perdite ulteriori per 30 miliardi di lire e ulteriori potenziali esborsi per 70-115 miliardi. La situazione venne discussa l'11 luglio nel corso di un comitato ristretto delle banche. Il 25 luglio l'intero Cda della Sci si dimise in polemica con la presa di posizione delle stesse banche che non accolsero la condizione dell'esclusiva posta dal cavaliere bianco per procedere all'acquisto. Paradossalmente il titolo a Piazza Affari cominciò a salire sino a raggiungere, ad agosto, le 30 lire con una capitalizzazione di Sci che raggiunse i 160 miliardi di lire. Ed è proprio in queste fasi che le banche cominciarono ad alleggerire i propri portafogli di azioni cedendole su un mercato ringalluzzito anche grazie a numerosi articoli di stampa che tendevano ad accreditare ipotesi (poi rivelatesi inconsistenti) di numerosi gruppi interessati all'acquisto di Sci. Tra questi i 15 investitori che si convinsero ad acquistare. In quella fase gli istituti i più attivi nel disfarsi dei titoli furono il Credito Italiano che ad aprile aveva l'8,66%, l'11 settembre il 4,59 e il 24 settembre lo 0,0% e il Sanpaolo che dal 7,92% di aprile a fine settembre era sceso allo 0,69%. Pressoché unanimi i commenti delle banche coinvolte: «Si tratta di una sentenza criticabile sotto il profilo del diritto. Riteniamo che sussistano gli elementi per ricorrere in Corte di Cassazione».

venerdì 6 luglio 2007

Profumo, le banche e l’informazione sul crack Parmalat

Unicredit ha recuperato il 124% di quanto aveva investito in Parmalat. Ha ricevuto cioè il 24% in più di quanto aveva dato. Al contrario di migliaia di clienti che dovranno accontentarsi degli spiccioli, o di nulla. E’ andata bene a quasi tutte le banche, non solo a Unicredit: in media hanno riportato indietro il 93% delle somme impiegate. Grazie a 4 fattori: l’andamento del titolo in Borsa, i recovery ratio, le commissioni, i credit default swap. Queste cose le ha scritte Giuseppe Oddo del Sole, riprendendo un documento che il commissario straordinario Bondi ha inviato al Tribunale di Milano. Ieri Profumo, ad di Unicredit, ha detto che «un giornale serio non avrebbe pubblicato quella pagina. Affermare che se si ricevono degli interessi a fronte di un'esposizione si ha un recupero, è tecnicamente sbagliato». Non è vero: Bondi (non Oddo) ha fatto il conto delle entrate e delle uscite (quello che interessa migliaia di investitori), e non si vede perché gli interessi incassati non debbano far parte delle entrate. Si possono fare altri tipi di conteggi: ma se si fa quello delle entrate e delle uscite, Bondi ha ragione.
Ora, il Sole può essere serio o meno. Il problema è che l’articolo di Oddo era valido, documentato e interessava migliaia di persone (al contrario delle mille pagine per la 500).
Se Profumo, l’uomo più potente d’Italia, lascia queste dichiarazioni, c’è da preoccuparsi. Cosa sarà della prossima inchiesta sulle banche? I giornali, già timidi di loro, si lasceranno condizionare? E soprattutto: i lettori potranno essere correttamente informati?


"Parmalat, le banche incassano" di Giuseppe Oddo, Sole 5/7/07

Le grandi banche sono uscite indenni dal dissesto della Parmalat. Anzi, per alcune di esse il crack è stato un lauto affare. Se i principali istituti che avevano finanziato Calisto Tanzi hanno mediamente portato a casa il 93% della loro esposizione verso Parmalat, per alcuni di essi l'incasso ha abbondantemente superato il 100% del credito.Questi dati figurano in una tabella che il commissario straordinario, Enrico Bondi, ha spedito di recente al Tribunale di Milano. La tabella - che pubblichiamo in basso e che integra la relazione sulle cause dell'insolvenza - è un confronto tra i crediti delle banche così come apparivano nel giorno del default e gli importi da esse recuperati nel corso degli anni; importi comprensivi dei proventi percepiti prima del crack, dei "collaterali" incassati al default e del valore delle azioni Parmalat ottenute con la conversione dei crediti. Il risultato di questi calcoli è sconvolgente. Ed è destinato a sollevare nuove polemiche tra il popolo dei bondholders.Prendiamo il caso di Deutsche Bank: l'istituto tedesco, che il 27 dicembre 2003, alla dichiarazione d'insolvenza della Parmalat, aveva crediti per più di 154 milioni di euro, è uscito dal gruppo con quasi 217 milioni: il 40% in più del credito originario. Deutsche Bank aveva curato parecchi prestiti obbligazionari di Collecchio, tra cui l'emissione "fantasma" del 13 settembre 2003, cosiddetta perché annunciata e annullata nello stesso giorno; e aveva lasciato correre le indiscrezioni di Borsa che le attribuivano, a pochi mesi dal crack, il 5% della Parmalat, con l'effetto di rassicurare gli investitori mentre l'azienda camminava sull'orlo del baratro. La Parmalat è stata un affare anche per UniCredit e Capitalia, che oggi costituiscono un'unica entità aziendale: le due banche hanno recuperato dalla Parmalat, nell'ordine, il 124% e il 123% dei rispettivi crediti, vale a dire 212 milioni e 533 milioni. Il Monte dei Paschi e l'Ubs sono invece usciti alla pari: il primo ha recuperato il 102% del credito (113 milioni contro i 110 del default) e il secondo il 99% (451 contro 455).Ma perché i crediti delle banche sono aumentati di valore? Per almeno quattro motivi. Primo, perché le quotazioni di Borsa della Parmalat sono passate da 1 a 3 euro per il buon andamento economico della società, ma soprattutto per le aspettative sulle revocatorie e sulle cause per danni intentate da Bondi negli Stati Uniti. Secondo, perché i recovery ratio, i criteri di conversione adottati dalla procedura per la trasformazione dei crediti in azioni, hanno penalizzato certi creditori e ne hanno favorito altri. Alla Eurolat, per esempio, era associato un recovery ratio del 100%, tale per cui ogni suo creditore ha ricevuto, all'atto del concordato, una quota di azioni Parmalat pari all'intero ammontare del credito. È questo il caso di Capitalia, uscita proprio nei giorni scorsi dal capitale della Parmalat con un notevole guadagno. È questo anche il caso di alcuni fornitori di latte di Collecchio, che hanno visto triplicare il loro credito. Una cosa mai vista. Il terzo motivo che ha fatto lievitare i crediti delle banche risiede nelle commissioni e nei proventi vari strappati alla Parmalat nel corso degli anni. Dei 14,1 miliardi di risorse finanzarie assorbite dal gruppo nei cinque anni prima del crack - scrive il commissario governativo nella sua relazione sull'insolvenza - 13,2 miliardi erano stati procurati, in maniera diretta o indiretta, dal sistema bancario italiano e internazionale, e una parte assai consistente di queste risorse, 5,3 miliardi, se n'era andata in oneri finanziari e commissioni sul debito. In particolare, 2,8 miliardi erano finiti alle banche e 2,5 erano serviti a remunerare le obbligazioni. Conclusione: la Parmalat è stata una mucca da mungere. Tra proventi e commissioni percepiti negli annni prima del default, UniCredit ha incassato in totale quasi 107 milioni di euro, Capitalia 267, Sanpaolo-Imi 104 e Citibank 182.Quarto motivo: le banche avevano assicurato i propri crediti. Ubs, Citibank, Deutsche Bank, Bank Of America, Crédit Suisse avevano stipulato dei credit default swap, il più diffuso tra i contratti derivati di credito, che permette di comprare o vendere protezione contro il rischio d'insolvenza di un emittente di obbligazioni. Si presume che i credit defaul swap liquidati sul mercato internazionale all'atto dell'insolvenza della Parmalat ammontassero a 7 miliardi di euro: una cifra spaventosa. Diciamo si presume, perché era stata fatta richiesta, a tutte le autorità del mondo, dei tabulati di scambio di questi contratti derivati; richiesta caduta nel vuoto. Parallelamente altre banche avevano costituito dei cash collateral, ossia garazie in denaro versate dalla Parmalat, che la banca avrebbe escusso in caso di default. E così è stato per Bank of America, che la notte del 23 dicembre 2003 ha incassato puntualmente 148,1 milioni di euro di cash collateral che erano stati costituiti in precedenza dalla Parmalat: operazione ritenuta legittima dalla banca creditrice, ma condannata dai magistrati e dallo stesso Bondi come esempio di condotta delittuosa.Peraltro, tra gli incassi di Bank of America Bondi ha conteggiato, anche, gli oltre 50 milioni distratti da Luca Sala e ritrovati su alcuni conti esteri del manager in servizio presso la consociata italiana di BofA.La banca che sta peggio in assoluto, tra le undici esaminate da Bondi, è JP Morgan Chase, tuttora azionista di Parmalat accanto a Intesa e Sanpaolo-Imi. Di recente JP Morgan ha accresciuto la partecipazione al 4,7%, anche se può contare, in questo momento, su un recupero potenziale pari al 42% del suo credito.Oggi più che mai si può sostenere che i danneggiati del crack furono le decine di migliaia di clienti bancari che sottoscrissero i bond Parmalat agli sportelli e che svendettero i titoli nel momento del panico, precludendosi la partecipazione al concordato. Sono stimati in 162mila gli ex obbligazionisti oggi azionisti della nuova Parmalat. Questi risparmiatori potranno sperare in un recupero sostanziale del loro credito se Bondi uscirà vittorioso dalle azioni revocatorie e risarciatorie avviate contro banche e società di revisione, per svariati miliardi di euro. Gli altri hanno perso tutto, irrimediabilmente.

giovedì 5 luglio 2007

Così funzionavano i derivati Italease. Le banche ringraziano, i clienti pagano

"Pensava di aver fatto un semplice leasing, si è ritrovato in mano una sorta di bomba a orologeria. Mario Rossi (così lo chiameremo) è uno dei 2.200 clienti di Italease rimasti invischiati nella farsa (beffa?) dello scandalo derivati che ha visto protagonista la banca milanese guidata, sino al 4 giugno scorso, dall'ex a.d. Massimo Faenza.Il signor Rossi, imprenditore del Nord, insieme a un leasing per un capannone da poco meno di 4 milioni di euro, ha firmato un derivato da 5 milioni che scade tra 4 anni (il cui contratto qui riproduciamo).Lui pensava, e il contratto così recita, di aver sottoscritto un semplice Irs: cioè una sorta di protezione contro il rialzo dei tassi futuri e quindi sulla stabilità della rata di interessi che avrebbe dovuto sborsare. Ma quella protezione era (ed è) assolutamente fittizia e il derivato- beffa non è un semplice Irs, ma uno strutturato complesso che cela un pericolo devastante. Quale? Se i tassi di mercato saliranno anche solo per poco tempo sopra il 5,25% da qui al 2011, il signor Rossi rischia perdite esponenziali per svariati milioni di euro. Come è possibile? Semplice, o meglio, complicato. Nella determinazione del tasso variabile che Rossi paga a Italease ogni tre mesi c'è l'amara sorpresa. Lo spread che si paga ha applicato un moltiplicatore di 3 volte sui tassi a breve. Se i tassi rompono la barriera di 5,25%, ogni centesimo in più viene pagato dal cliente con una leva moltiplicata per tre e per ogni trimestre. E quello spread si memorizza cumulandosi ai trimestri successivi. Non solo. Cosa analoga avverrà (spread cumulato moltiplicato per tre volte) se i tassi scenderanno sotto il 2,25% nel corso dei prossimi anni. Quindi la copertura reale avviene solo in un ristretto corridoio con i tassi compresi tra il 2,25% e il 5,25%. Al di là di queste barriere, Rossi comincia a pagare. E salato. Altro che protezione, altro che semplici plain vanilla. Quello che Italease ha venduto al signor Rossi era un "derivato con sorpresa", con quella fascia (sopra il 5,25% e sotto il 2,25% dell'Euribor a tre mesi) protetta e con il rischio moltiplicato per tre volte tutto a carico del cliente se il corridoio dovesse essere infranto.Va detto che il signor Rossi forse si è fatto ingolosire da quel primo anno di vita (il 2006) in cui poteva solo guadagnare, dato che incassava almeno il 4,2% pagando a Italease solo l'Euribor a tre mesi. Ma quello "sticky floater" o "collar" (così lo denominano gli ingegneri finanziari) funzionava un po' come prodotto-civetta, garantendo guadagni e capitale al sicuro in condizioni normali di mercato e scaricando sul sottoscrittore rischi di perdite esponenziali in situazione "estreme".
E definire estrema l'ipotesi, invece assai concreta, del superamento della soglia del 5,25% dei tassi a breve da qui al 2011 appare fuorviante. Un prodotto così congegnato, con quel virus letale incorporato, non poteva che andare in perdita. Fu Italease a segnalare al nostro imprenditore che a fine 2006 (solo sei mesi dopo la stipula del contratto) il valore di mercato era in rosso per 20mila euro. Poi, a fine giugno 2007, la perdita era salita a ben 230mila euro. Che il derivato-beffa di Rossi non sia un'eccezione, ma la norma lo dimostra l'escalation negativa del monte derivati di Italease che, da un valore di mercato in perdita per poco più di 200 milioni a fine 2006 è lievitato fino a 730 milioni in sei mesi. Soldi che Italease ha sborsato (finora per un costo di 610 milioni) per chiudere i contratti. E chi ha incassato? Le sette banche d'affari che hanno confezionato i derivati-beffa. Prima a incassare era stata la stessa Italease. Dal collocamento di questi prodotti Faenza aveva raccolto 144 milioni (un terzo dei ricavi della banca) solo nel 2006. Ora restano sul campo solo macerie".

S. Elli e F. Pavesi, Sole 5/7/07

lunedì 2 luglio 2007

Diventa legge solo l’1% delle proposte presentate alle Camere

Da aprile 2006 a giugno 2007 sono stati presentati 4.337 disegni di legge. Quanti ne sono stati approvati? 40. La percentuale è inferiore all’un percento. Nelle due legislature precedenti (Berlusconi e Prodi) la cifra è stata superiore, ma comunque bassa: 7,3% delle proposte sono diventate legge (casualmente il valore è identico).
Negli altri Paesi europei ritroviamo le stesse cifre? No. Francia (24,3%) e Gran Bretagna (30%) ci superano. Germania e Spagna arrivano al 50%. Nessun altro Paese produce così tante proposte e ne approva così poche. Nessuno ha tanti parlamentari come i nostri: 952 (Francia 905, Germania 683, Spagna 609, solo la Gran Bretagna ci batte con 1.397 ma 750 sono Lord nominati dalla Regina). Perché questa inefficienza? Alle lacune della nostra classe politica, si aggiunge il sistema del bicameralismo perfetto: nessun’altra democrazia occidentale lo prevede.


“Poche leggi al traguardo”, A. Cherchi e A. Marini, Sole 2/7/07
“Corsa ai progetti senza un futuro”, T.E. Frosini, Sole 2/7/07

lunedì 25 giugno 2007

Grandi opere, piccolo avanzamento

In sei anni eseguiti lavori per il 9% del costo totale previsto. Lo dice la Corte dei Conti.

“Grandi opere al rallentatore”, G. Trovati, Sole 24 Ore, 25/6/07