venerdì 6 luglio 2007

Alla Camera è tutto un magna magna

1.662.000 euro. E’ la cifra che spende ogni anno la Camera per la mensa. 28,5 euro per ogni pasto: ma ai deputati costa solo 9 euro.
Un netto miglioramento comunque rispetto agli oltre 5 milioni del 2006 (ben 90 euro a pasto). Il risparmio è dovuto all’affidamento all’esterno del servizio. L’esperimento durerà un anno e mezzo: se i deputati non saranno soddisfatti della cucina potranno tornare al vecchio regime (da 90 euro). I cuochi che temporaneamente verranno spostati ai centralini della Camera potranno però rimettersi dietro i fornelli.

"I deputati si regalano il ristorante", C. Lopapa, Rep. 6/7/07

Ministro australiano: “In Iraq per il petrolio”

«Proteggere le linee di rifornimento del greggio è una delle ragioni per mantenere le truppe in Iraq». E’ il ministro della Difesa australiano, Brendan Nelson, ad avvalorare dagli schermi della tv Abc l’accusa sollevata dal movimento anti-guerra contro l’intervento in Iraq. «Uno dei motivi della necessità di avere i soldati in Iraq è la sicurezza energetica, l’interesse dell’Australia è di lasciare il Medio Oriente, e l’Iraq in particolare, solo quando vi sarà una condizione di stabilità» ha detto Nelson, invitando chi chiede il ritiro a «pensare cosa potrebbe avvenire in caso di una prematura fuoriuscita dei soldati». È la prima volta che un ministro di uno dei Paesi che compongono la forza multinazionale - presente in Iraq su mandato dell’Onu - traccia un collegamento diretto fra presenza militare e petrolio.

M. Molinari, La Stampa 6/7/07

Profumo, le banche e l’informazione sul crack Parmalat

Unicredit ha recuperato il 124% di quanto aveva investito in Parmalat. Ha ricevuto cioè il 24% in più di quanto aveva dato. Al contrario di migliaia di clienti che dovranno accontentarsi degli spiccioli, o di nulla. E’ andata bene a quasi tutte le banche, non solo a Unicredit: in media hanno riportato indietro il 93% delle somme impiegate. Grazie a 4 fattori: l’andamento del titolo in Borsa, i recovery ratio, le commissioni, i credit default swap. Queste cose le ha scritte Giuseppe Oddo del Sole, riprendendo un documento che il commissario straordinario Bondi ha inviato al Tribunale di Milano. Ieri Profumo, ad di Unicredit, ha detto che «un giornale serio non avrebbe pubblicato quella pagina. Affermare che se si ricevono degli interessi a fronte di un'esposizione si ha un recupero, è tecnicamente sbagliato». Non è vero: Bondi (non Oddo) ha fatto il conto delle entrate e delle uscite (quello che interessa migliaia di investitori), e non si vede perché gli interessi incassati non debbano far parte delle entrate. Si possono fare altri tipi di conteggi: ma se si fa quello delle entrate e delle uscite, Bondi ha ragione.
Ora, il Sole può essere serio o meno. Il problema è che l’articolo di Oddo era valido, documentato e interessava migliaia di persone (al contrario delle mille pagine per la 500).
Se Profumo, l’uomo più potente d’Italia, lascia queste dichiarazioni, c’è da preoccuparsi. Cosa sarà della prossima inchiesta sulle banche? I giornali, già timidi di loro, si lasceranno condizionare? E soprattutto: i lettori potranno essere correttamente informati?


"Parmalat, le banche incassano" di Giuseppe Oddo, Sole 5/7/07

Le grandi banche sono uscite indenni dal dissesto della Parmalat. Anzi, per alcune di esse il crack è stato un lauto affare. Se i principali istituti che avevano finanziato Calisto Tanzi hanno mediamente portato a casa il 93% della loro esposizione verso Parmalat, per alcuni di essi l'incasso ha abbondantemente superato il 100% del credito.Questi dati figurano in una tabella che il commissario straordinario, Enrico Bondi, ha spedito di recente al Tribunale di Milano. La tabella - che pubblichiamo in basso e che integra la relazione sulle cause dell'insolvenza - è un confronto tra i crediti delle banche così come apparivano nel giorno del default e gli importi da esse recuperati nel corso degli anni; importi comprensivi dei proventi percepiti prima del crack, dei "collaterali" incassati al default e del valore delle azioni Parmalat ottenute con la conversione dei crediti. Il risultato di questi calcoli è sconvolgente. Ed è destinato a sollevare nuove polemiche tra il popolo dei bondholders.Prendiamo il caso di Deutsche Bank: l'istituto tedesco, che il 27 dicembre 2003, alla dichiarazione d'insolvenza della Parmalat, aveva crediti per più di 154 milioni di euro, è uscito dal gruppo con quasi 217 milioni: il 40% in più del credito originario. Deutsche Bank aveva curato parecchi prestiti obbligazionari di Collecchio, tra cui l'emissione "fantasma" del 13 settembre 2003, cosiddetta perché annunciata e annullata nello stesso giorno; e aveva lasciato correre le indiscrezioni di Borsa che le attribuivano, a pochi mesi dal crack, il 5% della Parmalat, con l'effetto di rassicurare gli investitori mentre l'azienda camminava sull'orlo del baratro. La Parmalat è stata un affare anche per UniCredit e Capitalia, che oggi costituiscono un'unica entità aziendale: le due banche hanno recuperato dalla Parmalat, nell'ordine, il 124% e il 123% dei rispettivi crediti, vale a dire 212 milioni e 533 milioni. Il Monte dei Paschi e l'Ubs sono invece usciti alla pari: il primo ha recuperato il 102% del credito (113 milioni contro i 110 del default) e il secondo il 99% (451 contro 455).Ma perché i crediti delle banche sono aumentati di valore? Per almeno quattro motivi. Primo, perché le quotazioni di Borsa della Parmalat sono passate da 1 a 3 euro per il buon andamento economico della società, ma soprattutto per le aspettative sulle revocatorie e sulle cause per danni intentate da Bondi negli Stati Uniti. Secondo, perché i recovery ratio, i criteri di conversione adottati dalla procedura per la trasformazione dei crediti in azioni, hanno penalizzato certi creditori e ne hanno favorito altri. Alla Eurolat, per esempio, era associato un recovery ratio del 100%, tale per cui ogni suo creditore ha ricevuto, all'atto del concordato, una quota di azioni Parmalat pari all'intero ammontare del credito. È questo il caso di Capitalia, uscita proprio nei giorni scorsi dal capitale della Parmalat con un notevole guadagno. È questo anche il caso di alcuni fornitori di latte di Collecchio, che hanno visto triplicare il loro credito. Una cosa mai vista. Il terzo motivo che ha fatto lievitare i crediti delle banche risiede nelle commissioni e nei proventi vari strappati alla Parmalat nel corso degli anni. Dei 14,1 miliardi di risorse finanzarie assorbite dal gruppo nei cinque anni prima del crack - scrive il commissario governativo nella sua relazione sull'insolvenza - 13,2 miliardi erano stati procurati, in maniera diretta o indiretta, dal sistema bancario italiano e internazionale, e una parte assai consistente di queste risorse, 5,3 miliardi, se n'era andata in oneri finanziari e commissioni sul debito. In particolare, 2,8 miliardi erano finiti alle banche e 2,5 erano serviti a remunerare le obbligazioni. Conclusione: la Parmalat è stata una mucca da mungere. Tra proventi e commissioni percepiti negli annni prima del default, UniCredit ha incassato in totale quasi 107 milioni di euro, Capitalia 267, Sanpaolo-Imi 104 e Citibank 182.Quarto motivo: le banche avevano assicurato i propri crediti. Ubs, Citibank, Deutsche Bank, Bank Of America, Crédit Suisse avevano stipulato dei credit default swap, il più diffuso tra i contratti derivati di credito, che permette di comprare o vendere protezione contro il rischio d'insolvenza di un emittente di obbligazioni. Si presume che i credit defaul swap liquidati sul mercato internazionale all'atto dell'insolvenza della Parmalat ammontassero a 7 miliardi di euro: una cifra spaventosa. Diciamo si presume, perché era stata fatta richiesta, a tutte le autorità del mondo, dei tabulati di scambio di questi contratti derivati; richiesta caduta nel vuoto. Parallelamente altre banche avevano costituito dei cash collateral, ossia garazie in denaro versate dalla Parmalat, che la banca avrebbe escusso in caso di default. E così è stato per Bank of America, che la notte del 23 dicembre 2003 ha incassato puntualmente 148,1 milioni di euro di cash collateral che erano stati costituiti in precedenza dalla Parmalat: operazione ritenuta legittima dalla banca creditrice, ma condannata dai magistrati e dallo stesso Bondi come esempio di condotta delittuosa.Peraltro, tra gli incassi di Bank of America Bondi ha conteggiato, anche, gli oltre 50 milioni distratti da Luca Sala e ritrovati su alcuni conti esteri del manager in servizio presso la consociata italiana di BofA.La banca che sta peggio in assoluto, tra le undici esaminate da Bondi, è JP Morgan Chase, tuttora azionista di Parmalat accanto a Intesa e Sanpaolo-Imi. Di recente JP Morgan ha accresciuto la partecipazione al 4,7%, anche se può contare, in questo momento, su un recupero potenziale pari al 42% del suo credito.Oggi più che mai si può sostenere che i danneggiati del crack furono le decine di migliaia di clienti bancari che sottoscrissero i bond Parmalat agli sportelli e che svendettero i titoli nel momento del panico, precludendosi la partecipazione al concordato. Sono stimati in 162mila gli ex obbligazionisti oggi azionisti della nuova Parmalat. Questi risparmiatori potranno sperare in un recupero sostanziale del loro credito se Bondi uscirà vittorioso dalle azioni revocatorie e risarciatorie avviate contro banche e società di revisione, per svariati miliardi di euro. Gli altri hanno perso tutto, irrimediabilmente.

giovedì 5 luglio 2007

Così funzionavano i derivati Italease. Le banche ringraziano, i clienti pagano

"Pensava di aver fatto un semplice leasing, si è ritrovato in mano una sorta di bomba a orologeria. Mario Rossi (così lo chiameremo) è uno dei 2.200 clienti di Italease rimasti invischiati nella farsa (beffa?) dello scandalo derivati che ha visto protagonista la banca milanese guidata, sino al 4 giugno scorso, dall'ex a.d. Massimo Faenza.Il signor Rossi, imprenditore del Nord, insieme a un leasing per un capannone da poco meno di 4 milioni di euro, ha firmato un derivato da 5 milioni che scade tra 4 anni (il cui contratto qui riproduciamo).Lui pensava, e il contratto così recita, di aver sottoscritto un semplice Irs: cioè una sorta di protezione contro il rialzo dei tassi futuri e quindi sulla stabilità della rata di interessi che avrebbe dovuto sborsare. Ma quella protezione era (ed è) assolutamente fittizia e il derivato- beffa non è un semplice Irs, ma uno strutturato complesso che cela un pericolo devastante. Quale? Se i tassi di mercato saliranno anche solo per poco tempo sopra il 5,25% da qui al 2011, il signor Rossi rischia perdite esponenziali per svariati milioni di euro. Come è possibile? Semplice, o meglio, complicato. Nella determinazione del tasso variabile che Rossi paga a Italease ogni tre mesi c'è l'amara sorpresa. Lo spread che si paga ha applicato un moltiplicatore di 3 volte sui tassi a breve. Se i tassi rompono la barriera di 5,25%, ogni centesimo in più viene pagato dal cliente con una leva moltiplicata per tre e per ogni trimestre. E quello spread si memorizza cumulandosi ai trimestri successivi. Non solo. Cosa analoga avverrà (spread cumulato moltiplicato per tre volte) se i tassi scenderanno sotto il 2,25% nel corso dei prossimi anni. Quindi la copertura reale avviene solo in un ristretto corridoio con i tassi compresi tra il 2,25% e il 5,25%. Al di là di queste barriere, Rossi comincia a pagare. E salato. Altro che protezione, altro che semplici plain vanilla. Quello che Italease ha venduto al signor Rossi era un "derivato con sorpresa", con quella fascia (sopra il 5,25% e sotto il 2,25% dell'Euribor a tre mesi) protetta e con il rischio moltiplicato per tre volte tutto a carico del cliente se il corridoio dovesse essere infranto.Va detto che il signor Rossi forse si è fatto ingolosire da quel primo anno di vita (il 2006) in cui poteva solo guadagnare, dato che incassava almeno il 4,2% pagando a Italease solo l'Euribor a tre mesi. Ma quello "sticky floater" o "collar" (così lo denominano gli ingegneri finanziari) funzionava un po' come prodotto-civetta, garantendo guadagni e capitale al sicuro in condizioni normali di mercato e scaricando sul sottoscrittore rischi di perdite esponenziali in situazione "estreme".
E definire estrema l'ipotesi, invece assai concreta, del superamento della soglia del 5,25% dei tassi a breve da qui al 2011 appare fuorviante. Un prodotto così congegnato, con quel virus letale incorporato, non poteva che andare in perdita. Fu Italease a segnalare al nostro imprenditore che a fine 2006 (solo sei mesi dopo la stipula del contratto) il valore di mercato era in rosso per 20mila euro. Poi, a fine giugno 2007, la perdita era salita a ben 230mila euro. Che il derivato-beffa di Rossi non sia un'eccezione, ma la norma lo dimostra l'escalation negativa del monte derivati di Italease che, da un valore di mercato in perdita per poco più di 200 milioni a fine 2006 è lievitato fino a 730 milioni in sei mesi. Soldi che Italease ha sborsato (finora per un costo di 610 milioni) per chiudere i contratti. E chi ha incassato? Le sette banche d'affari che hanno confezionato i derivati-beffa. Prima a incassare era stata la stessa Italease. Dal collocamento di questi prodotti Faenza aveva raccolto 144 milioni (un terzo dei ricavi della banca) solo nel 2006. Ora restano sul campo solo macerie".

S. Elli e F. Pavesi, Sole 5/7/07

mercoledì 4 luglio 2007

Via Bottino Craxi

«Su proposta di un ex esponente di An, il Consiglio comunale di Roma ha approvato una mozione che impegna il sindaco Veltroni e la giunta a intitolare una strada a Bettino Craxi. La votazione, a quanto sembra, è avvenuta quando nell’aula c’era una certa confusione ma siamo convinti, data la serietà delle persone, che, per esempio, i consiglieri del nascente Partito democratico che hanno detto sì ne fossero pienamente consapevoli. È probabile che lo abbiano fatto per tributare (il loro) omaggio all’uomo politico Craxi. Una dimensione quella della politica che tuttavia non esaurisce la figura diciamo così storica del leader del Garofano, condannato con sentenze definitive a 5 anni e 6 mesi per corruzione, e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito del suo partito. Ora, l’aspetto giudiziario non è indifferente visto che l’intitolazione di una strada, e a maggior ragione nella capitale, presuppone che vi sia dell’ammirazione e della riconoscenza nei confronti del personaggio intitolato.
Quindi, delle due l’una. O Craxi è stato ingiustamente perseguitato dalle toghe (rosse) e costretto all’esilio. E allora ha ragione la figlia Stefania nel pretendere che il padre venga onorato non con una semplice via ma con la piazza antistante l’hotel Raphael. E con le pubbliche scuse dei tanti che, soprattutto a sinistra, non risparmiarono a Craxi il loro biasimo e che adesso, tardivamente, lo riabilitano. Oppure, come pensiamo sia, quelle sentenze emesse nel nome del popolo italiano vanno accettate e rispettate. E allora una strada dedicata a un latitante sarebbe semplicemente una vergogna».

A. Padellaro, Unità 3/7

martedì 3 luglio 2007

Un mondo normale, senza Carlo Buora

Oggi sia Repubblica che il Financial Times hanno deciso di occuparsi di Carlo Buora.

«Che in Telecom regni una confusione senza precedenti lo dimostra il comportamento tenuto nella vicenda dell´Opa sul fondo Tecla. Telecom possedeva fino al 15 maggio scorso il 10% di Tecla attraverso la joint venture Tiglio 1, nella quale compariva con una quota di minoranza (45,7%) rispetto ai soci forti Pirelli Re e Morgan Stanley (51%). Ebbene il 15 maggio Telecom acconsente a vendere il 10% di Tecla al prezzo di 575 euro per ogni quota: a comprare è un´altra scatola, Gamma Re, costituita per l´occasione da quei prezzemolini di Pirelli Re e Morgan Stanley e che di lì a poco (il 22 maggio) lanceranno un´Opa su tutte le quote di Tecla al prezzo di 590 euro.
Succede poi che sull´osso degli immobili Tecla si avventano anche Goldman Sachs e Caltagirone facendo lievitare il prezzo d´offerta a 690 euro. Risultato finale: ieri Pirelli Re annuncia di aver superato il 50% delle quote di Tecla e l´unica a rimetterci è Telecom che ha venduto a 575 euro ciò che un mese dopo è stato comprato a 690 euro. Domanda: il vicepresidente Carlo Buora, per vent´anni manager di spicco di Pirelli, ha fatto gli interessi di Telecom, l´azienda in cui lavora?»

“Interessi immobiliari”, G. Pons, Rep. 3/7/07


Si può recuperare qui l’articolo di P. Betts ("The dream team that could reconnect Telecom Italia", Financial Times, 3/7/07), che finisce così:

«In un mondo normale, il tandem Pistorio-Bernabé - senza Buora e Ruggiero - sarebbe un’ottima soluzione per Telecom Italia. Ma questo non è un mondo normale, specialmente in Italia».
Betts, infatti, spiega anche che non ci sono (validi) motivi per sostituire Pistorio con Galateri alla presidenza di Telecom.

lunedì 2 luglio 2007

Diventa legge solo l’1% delle proposte presentate alle Camere

Da aprile 2006 a giugno 2007 sono stati presentati 4.337 disegni di legge. Quanti ne sono stati approvati? 40. La percentuale è inferiore all’un percento. Nelle due legislature precedenti (Berlusconi e Prodi) la cifra è stata superiore, ma comunque bassa: 7,3% delle proposte sono diventate legge (casualmente il valore è identico).
Negli altri Paesi europei ritroviamo le stesse cifre? No. Francia (24,3%) e Gran Bretagna (30%) ci superano. Germania e Spagna arrivano al 50%. Nessun altro Paese produce così tante proposte e ne approva così poche. Nessuno ha tanti parlamentari come i nostri: 952 (Francia 905, Germania 683, Spagna 609, solo la Gran Bretagna ci batte con 1.397 ma 750 sono Lord nominati dalla Regina). Perché questa inefficienza? Alle lacune della nostra classe politica, si aggiunge il sistema del bicameralismo perfetto: nessun’altra democrazia occidentale lo prevede.


“Poche leggi al traguardo”, A. Cherchi e A. Marini, Sole 2/7/07
“Corsa ai progetti senza un futuro”, T.E. Frosini, Sole 2/7/07